Mar 312018
 

Pasqua è: la gioia dell’alba dopo la notte, della luce dopo il buio, è la speranza che non c’è caduta senza rialzarci; è la certezza che non c’è morte che si si apra alla vita

  • Andate presto, andate a dire. Voi che l’avete intuito per grazia, correte su tutte le piazze a svelare il grande segreto di Dio.
  • Andate a dire che la notte è passata. Che per tutto c’è senso. Che l’inverno è fecondo.
  • Andate a dire che il sangue è un lavacro. Che il pianto è rugiada. Che le piaghe risanano. Che l’amore ha vinto. Che la gioia non è sogno.
  • Andate a dire che la festa è già pronta. Che il bello è anche vero.
  • Andate a dire che è qui, Gesù nostra Pasqua.
  • Andate a dire che ogni croce è un trono. Che ogni tomba è una culla. Che il dolore è salvezza.
  • Andate a dire che il povero è in testa. Che il mondo ha un futuro.Che il cosmo è un tempio.
  • Andate a dire che la gioia ha un volto. Proprio quello sfigurato della morte. Proprio quello trasfigurato nella Pasqua. Oggi, proprio ora, qui andate a dire.
  • Ed è subito pace. Perchè è subito Pasqua

(San Giovanni Bosco)

 

Mar 212018
 

Copia di Fotosearch_k1194745di don Bruno Meneghini –

Papa Francesco, in questi anni del suo pontificato, ci ha abituato ad un linguaggio nuovo, più immediato, più pratico, più facilmente comprensibile da tutti. Virus e anticorpi: nuova terminologia che traduce il classico riferimento ai vizi e alle virtù, alle tentazioni e alla grazia di Dio. Parlare di “virus”, infatti, fa capire subito all’uditore contemporaneo che si tratta di qualcosa di pericoloso, che facilmente può propagarsi e minare la salute della chiesa e dell’umanità, qualcosa che “c’è nell’aria”, che può prenderti senza nemmeno accorgerti: per questo è necessario vigilare. Virus facilmente contagiosi, che si trasmettono con il pensiero e con le pratiche di vita, con le ideologie e con le contro-testimonianze. E’ tra questi virus potenti, da cui occorre vaccinarsi per avere buoni anticorpi, che Papa Francesco ne ha elencati due, strettamente imparentati: la “rassegnazione al degrado ambientale ed etico” e lo “sfruttamento di tanti uomini e donne”. Continue reading »

Mar 142018
 

taglio-tasse_jpg-500x342( A cura di don Bruno) – La storia del prelievo fiscale è antica quanto quella delle società umane, pur nella varietà delle forze con cui esso è stato organizzato; altrettanto antichi sono l’uso della forza per ottenere il pagamento delle imposte e i tentativi, più o meno ingegnosi di sottrarvisi: anche la “resistenza” alla tassazione è fenomeno consolidato e le ricorrenti polemiche non devono destare eccessiva sorpresa; piuttosto segnalano l’opportunità di tornare a riflettere sulle ragioni dell’esistenza del fisco. Non si dà vita autenticamente umana al di fuori di una società organizzata: questa almeno è la convinzione di una impostazione antropologica che affonda le sue radici tanto nel pensiero classico quanto nella tradizione biblica. Le società umane esistono per un fine ben preciso: assicurare la disponibilità del bene comune. Continue reading »

Feb 242018
 

la chiesa siamo tuttiDi recente,  il papa è tornato a ribadire che trovare una parrocchia, e soprattutto una chiesa, chiusa è un fatto triste. Perciò, ci sono anche tanti preti che magari sono soli, anziani e responsabili di più comunità che dicono:  “Non ce la facciamo”. Se alla chiesa manca il fiato, non ce la fa a uscire! Può sembrare una battuta, ma dietro c’è una riflessione che m’impegna da tempo e mi suscita preoccupazione. Sono profondamente convinto che la direzione indicata da papa Francesco sia quella giusta: il movimento del Dio biblico e il movimento di Gesù è quello di “uscire”, andare verso gli altri. Gesù era un maestro che “sconfina”, dice un credente dallo sguardo limpido come don Angelo Casati. Solo così i cristiani riescono a camminare insieme agli altri uomini e donne, anche lungo le loro strade più buie. Solo così possono mettersi in sintonia con ciò che abita la loro immaginazione e il loro cuore per “farli ardere”.     Continue reading »

Feb 172018
 

la chiesa siamo tutti(Christian Albini) – Un libro di venti anni fa prendeva spunto da Antonio Rosmini per denunciare “le cinque piaghe della parrocchia italiana” e a rileggerle possiamo riconoscerle tutte come attuali. Segno che qualcosa è rimasto fermo troppo a lungo e sarebbe ora di “riaprire il cantiere delle parrocchie”. Il testo compie una analisi coraggiosa dei problemi più urgenti della parrocchia e della sua pastorale e ne sintetizza alcuni, chiamandoli metaforicamente “piaghe”.

Prima piaga: missione anemica – si presta molta attenzione ai pochi che frequentano il tempio e si trascurano i molti che vivono nel territorio. La parrocchia, invece, è nata per essere Chiesa missionaria tra la gente.

Seconda piaga: catechesi sclerotizzata – Si è molto intenti ad organizzare la catechesi mentre il popolo di Dio manca oggi di evangelizzazione. Spesso, inoltre, la catechesi è finalizzata ai sacramenti e non è in funzione della vita; in che misura il Vangelo che ascoltiamo ci abilita a vivere le diverse situazioni del  nostro esistere? La parrocchia non si fa carico dell’annuncio del vangelo ai lontani e della catechesi permanente degli adulti.

Terza piaga: disimpegno socio-pastorale – Si è sempre più impegnati in campo cultuale e sempre meno in quello socio-culturale. La parrocchia non si interessa alla vita del territorio, è poco attenta ai bisogni dell’uomo. Siamo molto bravi e attivi nella carità che risponde alle emergenze, che interviene con aiuti immediati, ma rischia di essere una carità “presbite” che non vede le persone al di là del loro problema e soprattutto non interviene a livello socio-politico. Questo implica anche la capacità di interloquire e collaborare con soggetti diversi, esterni o lontani dalla realtà ecclesiale.

Quarta piaga: scollamento tra parrocchia, gruppi e movimenti – Manca nella parrocchia il dialogo tra comunità, associazioni, movimenti e gruppi, intesi come membri della stessa famiglia ecclesiale. La parrocchia spesso non è segno di un cammino pastorale armonico e unitario.

Quinta piaga: clero non sempre attento alle nuove domande socio-pastorali. Il clero stenta, molte volte, ad uscire dall’ “ovile” perché poco allenato al dialogo con il mondo. Il parroco non sempre possiede la formazione umana e pastorale adatta allo svolgimento del suo ministero. Spesso la tendenza diventa quella della ripetizione della conservazione dell’esistente, della ripetizione di copioni consolidati.

Alle cinque piaghe individuate da chi ha scritto questa riflessione, ne aggiungerei una sesta piaga: il clericalismo per cui ogni attività, progettualità e iniziativa fa riferimento al prete per cui il ruolo del laico si limita a essere al più esecutivo, senza realizzare una vera partecipazione e corresponsabilità.

Feb 032018
 

la chiesa siamo tutti(Christian Albini) – “La parrocchia non si tocca, non è una struttura che dobbiamo buttare dalla finestra. Essa è al contrario la casa del popolo di Dio e deve rimanere come un posto di creatività, di riferimento, di maternità” (Papa Francesco, Cracovia, 27 luglio 2016). Nei documenti della chiesa cattolica le dichiarazioni in favore della parrocchia, che ne sottolineano l’importanza, sono innumerevoli e ricorrenti. D’altra parte, quello che possiamo constatare nella nostra esperienza è che la parrocchia affronta trasformazioni, sfide e criticità notevoli le quali ci fanno dire che quello che abbiamo  dato per scontato finora non vale più. La parrocchia come siamo abituati a pensarla e a conoscerla non “regge” più, non è più in grado di garantire la trasmissione della fede in un contesto secolarizzato dove i cristiani convinti e consapevoli sono ormai minoranza. Abbiamo bisogno allora di capire a che punto è la parrocchia e di fare una “diagnosi” del suo stato di salute, soffermandoci sul senso del nostro impegno in questa realtà. Un primo passaggio è quello di riflettere sull’identità della parrocchia. Senza effettuare una trattazione sistematica di teologia della chiesa locale, possiamo richiamare alcuni elementi fondamentali, i quali ci aiutano a capire ciò che rimane come stabile e permanente e ciò che invece è contingente e modificabile. Cominciando dal vocabolo stesso, ricordiamo che “parrocchia” deriva da paroikìa, là dove con paroikòi sono coloro che vivono come forestieri, precari, pellegrini, che non hanno stabile dimora (cfr. 1 Cor 29,15). Nei primi secoli, con paroikìa  si intendevano le chiese della diaspora.

Papa Clemente, nel 97 d.c., scrivendo ai cristiani di Corinto esordisce così: “La Chiesa di Dio che abita da forestiera (paroikìa) a Roma, alla Chiesa di Dio che abita da forestiera a Corinto”. Già la terminologia dice una flessibilità, una variabilità, per cui ciò che è importante non sono delle strutture perenni e fisse nel tempo. La parrocchia non è fine a se stessa, alla propria autoconservazione, ma rinvia sempre a un’altra realtà. E’ un’abitazione provvisoria, una dimora temporanea, nel nostro cammino verso il Regno di Dio. Giovanni XXIII la definiva fontana del villaggio  a cui tutti ricorrono per la loro sete. Paolo VI diceva che la parrocchia è un prodigio sociale, una bellezza sociale, in cui ci si unisce in una rete di rapporti spirituali, dove ci si vuole bene nel vincolo della carità (16 marzo 1969). Giovanni Paolo II, nella Christi fideles laici esorta a non identificarla con un territorio o un edificio, ma con la famiglia di Dio, casa aperta a tutti e al servizio di tutti; è la chiesa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie, che vive sul posto. Un altro vocabolo importante per il nostro discorso è “comunità”, dal latino cummunus, che può essere tradotto come “mettere insieme, condividere i doni”. Potremmo allora definire la parrocchia come uno  spazio, costruito sui fondamenti della Parola e dell’Eucaristia, di relazioni aperte, autentiche, vitali. Abitiamo un tempo e una società dove sempre più le persone si chiudono nel proprio privato, dove sempre più si è soli e isolati, separati dalle barriere generazionali, economiche, delle opportunità lavorative, in cui si cerca di stare solo con chi la pensa come noi e ci si chiude nei propri muri. Una parrocchia è una comunità alternativa suscitata dalla comunione e che genera comunione, cioè persone che s’incontrano convocate dal Signore (ekklesìa da qol=convocazione), che imparano a  stare insieme perché unite da qualcosa che non dipende da preferenze, programmi o somiglianze. “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Pensiamo anche all’”erano un cuor solo e un’anima sola” di At 4,32. Il senso della parrocchia è allora vivere un incontro, una possibilità di relazioni che non possiamo vivere altrove – a cominciare dalla relazione con Dio – e in cui troviamo qualcosa di prezioso, perché siamo aiutati a rileggere la nostra vita nei momenti ordinari ed eccezionali, nelle speranze  e nelle angosce, trovando pane per il nostro cammino, acqua per la nostra sete, luce per vedere la direzione dei nostri passi, solidarietà nei momenti difficili. Senza nessuna idealizzazione, però. Noi che abitiamo questo spazio non abbiamo titolo per dirci migliori di altri. Viviamo incoerenze, contraddizioni, divisioni. Dobbiamo essere consapevoli che il nostro vivere nell’orizzonte della parrocchia, animarla, deve stare dentro all’ordine della conversione a cui ogni cristiano è costantemente chiamato.

 

Gen 272018
 

30-Papa-cartello-OR1(A.M. Valli) – “Vietato lamentarsi”: dice così il cartello che papa Francesco ha fatto affiggere qualche tempo fa sulla porta del suo appartamento a Santa Marta. E’ il regalo di uno psicoterapeuta, Salvo Noè, che si occupa di corsi motivazionali, incontrato durante un’udienza dello scorso giugno in piazza San Pietro. Sul cartello, oltre all’invito a non lamentarsi, si legge che “i trasgressori sono soggetti da una sindrome da vittimismo con conseguente abbassamento del tono dell’umore e della capacità di risolvere i problemi” e che “la sanzione è raddoppiata qualora la violazione sia commessa in presenza di bambini”. “Per diventare il meglio di sé – conclude l’avviso – bisogna concentrarsi sulle proprie potenzialità e non sui propri limiti. Quindi: smettila di lamentarti e agisci per cambiare in meglio la tua vita”. Continue reading »

Gen 202018
 

( Don rischio_di_fidarsiBruno Meneghini) – Fidarsi o non fidarsi? Perché accordare fiducia,?  Quali ragioni spingono qualcuno a consegnarsi nelle mani di un altro? Uno dei pregi del libro di NATOLI SALVATORE – Il rischio di fidarsi, è di tener costantemente presenti tali questioni essenziali, che costituiscono il filo su cui si dipana la sua esposizione. Nei primi tre capitoli l’attenzione si concentra sulla dimensione individuale della fiducia. Secondo l’A., fidarsi è anzitutto un fatto naturale, un dato antropologico, strutturante il modo d’essere del soggetto umano, fin dal suo venire al mondo: «Ci fidiamo perché radicati in una certezza originaria. […] Vi è stato “un” qualcuno che ha avuto cura di noi senza che glielo chiedessimo» (p. 8). Si nasce nel legame, l’uomo è legame, condizione data prima ancora che scelta. Se l’adulto accorda fiducia attraverso dinamismi complessi, determinati da ricordi, esperienze, attitudini e calcoli, il bambino è predisposto a un atto incondizionato di fiducia, con cui s’introduce al mondo, di cui guadagna certezza. Non fidarsi è dunque una possibilità seconda.

Nel quarto e quinto capitolo l’A. riflette sul rilievo sociale e pubblico della fiducia. Nonostante tradimenti, promesse disattese, infedeltà, l’uomo continua a fidarsi: una necessità vincolante, fondata sulla sua non-autosufficienza. In ogni società è necessario attivare dispositivi che promuovano, supportino e tutelino la reciproca fiducia tra i suoi membri: è il ruolo del diritto, delle istituzioni, dello Stato. Correggendo  filosofi come Aristotele, Hobbes, l’A. esprime una preferenza per le teorie che ritengono compatibili le dinamiche cooperative non quelle autoconservativo-individualiste. Speranza d’un bene possibile e paura di esser traditi, apertura e difesa, titubanza e disponibilità: nell’intrico di tali atteggiamenti procede l’A., sviluppando un’articolata riflessione circa l’aspettativa, considerata come stato affettivo e cognitivo relativo alla fiducia. È proprio perché l’incontro con l’altro avviene in condizioni d’incertezza che s’attiva la domanda: concedo fiducia o m’accosto con riserva? Che cosa succederà?

Natoli sottolinea l’importanza sociale della fiducia accordata dai cittadini alle istituzioni. Ognuno è a un tempo fruitore e responsabile dei servizi, e di tale duplice identità l’A. sottolinea la tendenza a concepirsi come soggetti lesi di diritti da reclamare, più che responsabili della cosa pubblica. Bisogna dunque vigilare e scegliere, ancora una volta, la via della fiducia. Così l’A. passa all’analisi di fisiologia e patologie della politica. Per quanto riguarda queste ultime, la corruzione si colloca un passo oltre inefficienza e incompetenza. In essa si rilevano i reciproci nessi onestà-disonestà; la viziosa circolarità che spesso s’attiva tra crimine organizzato, pubblica amministrazione, ceto politico. La corruzione, presente a ogni livello del sociale, concorre a esasperare i cittadini e a far precipitare la fiducia nei rappresentanti. Nel sesto capitolo è a tema il legame tra fede e fiducia, che si declina nella prospettiva della salvezza futura promessa dalle tradizioni religiose. Natoli insiste qui sull’etimo ebraico impiegato per designare la fede: ’emunah, rivelativo dI una fiducia incondizionata e totale circa la presenza e l’azione salvifica di Dio nella storia del suo popolo. Con il cristianesimo si radicalizza l’esperienza dell’evento salvifico, incarnato nella vicenda del Risorto: la filosofia lascia spazio all’esperienza del credente, che si gioca la vita puntando sulla parola di un Altro. Il testo non conclude con parole definitive su nessuna delle questioni sollevate; tuttavia non è poco, a nostro giudizio, l’aver avviato una riflessione su un tema oggi quanto mai vitale, e dalla cui profonda comprensione e concreta esperienza dipendono in buona parte le sorti di questo nostro mondo.

Gen 072018
 

casa accoglienza( a cura di don Bruno) Casa in ebraico si dice bet, come la seconda lettera dell’alfabeto. La sua forma grafica suggerisce l’idea di un riparo chiuso su tre lati, ma con un quarto lato aperto, come una grande porta spalancata sul mondo, che si allarga sullo scorrere della vita. La forma simboleggia la funzione della casa, che è accogliere e custodire, come, afferma Annik De Souzenelle, “simbolo del femminile”. Casa è accoglienza, ma non sequestro o isolamento. Continue reading »

Dic 302017
 

Giornata della pace_18di don Bruno Meneghini – Il messaggio di papa Francesco, per la celebrazione il 1° gennaio della Giornata Mondiale della Pace, ha per tema: «Migranti e rifugiati uomini e donne in cerca di Pace». All’ampia analisi sull’attuale situazione e all’invito a guardare il fenomeno con lungimiranza, seguono considerazioni sui migranti e i rifugiati, «che non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono». Tale sguardo «saprà scorgere – continua Francesco – anche la creatività, la tenacia e lo spirito di sacrificio di innumerevoli persone, famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo aprono la porta e il cuore a migranti e rifugiati, anche dove le risorse non sono abbondanti». La «strategia» di Papa Francesco combina quattro azioni: Accogliere, bilanciando la preoccupazione per la sicurezza nazionale con la tutela dei diritti umani fondamentali; proteggere i migranti dai pericoli e dallo sfruttamento; promuovere assicurando in particolare ai piccoli l’accesso ai vari livelli d’istruzione; integrare permettendo ai rifugiati di partecipare pienamente alla vita della società che li accoglie. Il Papa auspica anche la definizione e l’approvazione da parte delle Nazioni Unite di due patti globali, uno per le migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro per i rifugiati. «In quanto accordi condivisi a livello globale, questi patti dovranno rappresentare un quadro di riferimento per proposte politiche e misure pratiche». La casa comune? Non si tratta di un’utopia irrealizzabile perché molti nella storia hanno creduto a questo «sogno».