Ago 052018
 

papa-francesco-giubileo-ammalati-disabili-giugno-2016Il tedesco Heinrich Boll, nobel della letteratura 1972, aveva scritto nel 1901 una Lettera a un giovane cattolico per criticare  “i messaggeri del cristianesimo di ogni provenienza”, perché avevano dimenticato nella loro comunicazione della fede la virtù della tenerezza, così da non riuscire a “mettere fuori causa il suo grande antagonista, la mera legislazione ecclesiastica”. Ferma restando la necessità della giustizia e del dovere, è certo che una religione fondata solo sull’obbligo e sul precetto risulta monca e, alla fine, disumana. La Bibbia, al riguardo, per esprimere questo sentimento, così come la misericordia, ricorre nell’Antico Testamento al vocabolo rahamim che designa le viscere materne e paterne, similmente nel Nuovo Testamento si usa il verbo splanchnizomai che indica l’emozione viscerale di fronte al dolore del prossimo: questa, ad esempio, è la reazione di appassionata tenerezza che Gesù prova durante il funerale del figlio della vedova di Nain (Luca 7,13).

Con questa immagine materna e paterna è rappresentato Dio stesso: “Come è tenero un padre verso i figli; così il Signore è tenero verso quelli che lo temono” (Salmo 103,13); “Voi siete stati portati da me fin dal seno materno, sorretti fin dal grembo” (Isaia 46,3) “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Isaia 49,15). Il profeta Osea, partendo dalla sua esperienza di padre di tre figli, metteva in bocca a Dio questa confessione: “A Israele io insegnavo a camminare tenendolo per mano… Ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (11,3-4). Il fedele si sente perciò tranquillo e sereno perché è tenuto tra le braccia di un Dio che è anche madre: “Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia” (Salmo 131,2). La sensazione di tenerezza che si prova stando sotto la protezione divina è decritta anche attraverso il simbolo della “chioccia che raccoglie i suoi pulcini sotto le sue ali”, come dirà Gesù (Matteo 23,37), sulla scia del Salmista che si sente “coperto dalle penne” del Signore e “sotto le sue ali trova rifugio” (Salmo 91,4). Un’intimità dolce e delicata che rende la fede prima di tutto e soprattutto un’esperienza d’amore e di fiducia.  

Ma la Bibbia esalta anche la tenerezza tra le persone, a partire dal legame nuziale, come esorta il sapiente del libro dei Proverbi: “Sia benedetta la tua sorgente, trova gioia nella donna della tua giovinezza, cerva amabile, gazzella graziosa, i suoi seni ti inebrino sempre, sii sempre invaghito delle sue tenerezze” (5,18-19). Emblematico, però, rimane tutto il Cantico dei cantici che celebra ininterrottamente l’abbraccio tenero e appassionato tra i due protagonisti, lui e lei, che vivono l’intera  gamma delle emozioni proprie di due innamorati, a partire dalle prime parole che la donna pronuncia: “Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, migliore del vino sono le tue tenerezze” (1,2). In un tempo, come il nostro, in cui il dialogo tra i fidanzati è affidato alla freddezza schematica del linguaggio del cellulare e dei social e i contatti sono “di pelle”, nell’immediatezza di un rapporto sessuale, il Cantico insegna a vivere questa vicenda con una diversa profondità, basata anche sull’eros che è sentimento, passione, delicatezza, tenerezza, per sfociare poi nell’amore che è donazione totale reciproca. E’ ancora la donna a ricordare, per ben due volte, al suo uomo questo legame mutuo e intimo di corpo e anima: “Il mio amato è mio e io sono sua… Io sono del mio amato e il mio amato è mio” (2,16; 6,3).  

 

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