Apr 152018
 

IMG_1951(Alberto Friso)  – Già se ne lamentava Celentano in Azzurro, di non trovare nemmeno “un prete per chiacchierar”. Proprio il “chiacchierar” – del più e del meno, e dei fondamentali della vita – con “un prete” – o con altra figura della comunità – è al centro di una nuova attenzione formativa che sta pian piano prendendo piede in campo cattolico. Da alcuni anni spira da ovest un vento che non è il Ponente, o il Maestrale. Il suo nome è counseling (o counselling con la doppia elle), e di preciso proviene dagli Usa.

Proprio la Chiesa protestante statunitense, e in seconda battuta quella cattolica, hanno poi sviluppato il counseling nella sua accezione pastorale, combinando – per dirla in soldoni – teologia e psicologia. Non siamo quindi di fronte al solito arretramento dell’italiano: qui dobbiamo di buon grado accogliere il lemma inglese, che è il nome proprio originale di questa disciplina. Ma in ogni caso è un nome parlante: significa “relazione di aiuto”. E’ evidente: la Chiesa ha una lunghissima tradizione di “relazione di aiuto”. Non è un accessorio, ma proprio una delle sue caratteristiche decisive, che ha conosciuto varie fasi e interpretazioni nei secoli, con diversi carismi che si sono affacciati sulla scena. Così, è un frutto dei tempi la progressiva nuova consapevolezza dell’importanza della formazione continua per gli operatori sociali e pastorali. In altri termini: non è più il tempo dell’improvvisazione, o (solo) della buona volontà. Certo, non si tratta di “professionalizzare” all’eccesso la figura del samaritano. Pur tuttavia, chiunque abbia vissuto in prima persona l’esperienza del volontario in ruoli specifici sa che la formazione è fondamentale. Lo sanno gli educatori, a tutti i livelli; gli assistenti di anziani, di persone malate o disabili; gli operatori in Caritas, nella Protezione Civile, nelle varie Misericordie, nelle Croci (rossa, bianca, verde…) e sanno anche che non basta formarsi “una volta per tutte”, ma serve tornare a più riprese sui contenuti, con aggiornamenti che di fatto rendono la formazione una costante ad abbracciare l’intera vita. Viene in mente quell’estote parati (è latino, non inglese…), ovvero “siate pronti” a ogni evenienza, motto degli scout spiegato dal fondatore Baden Powell con l’affermazione che “non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento”, da estendere a buona o cattiva preparazione nell’affrontare qualsiasi circostanza.

Del resto, anche ponendoci noi stessi da utenti bisognosi a vario titolo di un “aiutante” in  caso di necessità, non chiediamo niente di meno che trovarci di fronte persone preparate, premurose, consapevoli. Formate, a livello tecnico e umano. E, nel nostro caso, pure a livello spirituale.

Anche nella prassi deve essere sempre rimotivata, la formazione continua non è precisamente una novità. La sua finalità è aiutare le persone a superare eventuali problemi o difficoltà del quotidiano utilizzando risorse umane e spirituali”.

 

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